mercoledì 27 gennaio 2016

GPA o “Maternità Solidale” / Cerchiamo di arrivare a una coerenza



LA TECNOLOGIA NON È AUTONOMA E SOVRANA NÉ PUÒ ESSERE SCISSA DALL’ETICA
di Iole Natoli *

In un incontro interessante e segnato da qualche contrasto di parte svoltosi il 26 gennaio alla Libreria delle Donne di Milano, nell’affrontare il tema dell’”utero in affitto” o “gravidanza per altri”, le relatrici e la maggior parte dell’uditorio hanno posto l’accento sul valore fondante sul piano personale e sociale della relazione materna, quella che per la specie umana, non diversamente dalle altre specie animali, si stabilisce tra la donna gravida e il suo futuro bambino e che non cessa con la nascita di questi, ma si protrae e si arricchisce nel tempo costituendo e costruendo l’unica identità soggettiva di cui il nato o la nata possono disporre nei primi loro mesi di vita.

Sulla espropriazione della maternità come desiderio costante del patriarcato si sono soffermate Marina Terragni, Daniela Danna e Luisa Muraro, con accentuazioni personali su taluni aspetti che vale qui la pena di riassumere.

Il fatto che alla produzione di “bimbi contrattati” [il riferimento è al testo Contract Children di Daniela Danna (link)] siano giunti abbastanza recentemente anche i gay ha finito col mascherare un dato di base, che cioè i maschi umani si sono incamminati da tempo sulla via dell’esclusione programmata della madre attraverso la parcellizzazione del corpo della donna, come dimostra l’esistenza di padri eterosessuali che hanno voluto avere figli ricorrendo a una pratica di cosiddetta surrogacy, ovvero a una donna “gravida per altri” (Terragni, link).
Si vuol equiparare una GPA (Gravidanza Per Altri) a un “lavoro”. Bene, ha rilevato polemicamente Daniela Danna, questo allora è l’unico lavoro atipico che esista, nel quale non è previsto un minimo sindacale retributivo, né una pausa o un periodo di ferie, dato che si svolge per nove mesi senza interruzioni d’alcun tipo.
Gravidanza, si è fatto notare, che inizia a suon di bombardamenti ormonali, prevede una manovra di impianto in utero, progredisce con cariche di ormoni a tutto spiano, si conclude con un parto il più delle volte cesareo, dato che a quanto pare queste gestanti preferiscono non vedere assolutamente il bambino/a in questione (o vengono costrette a non vederlo, per evitare che, una volta riconosciutolo visivamente, possano non volerlo più “consegnare”).
Pratiche spesso orrende ed alienanti (link), che qualche donna accetta di subire spinta il più delle volte da un bisogno economico più o meno grave, o per effetto di una propaganda massiccia, che nasconde la realtà sotto una facilità immaginaria ammantandola del valore mistificante del “dono”, benché poi il corrispettivo economico che viene dato alla “donatrice” sveli il carattere reale di acquisto che questa transazione ha e mantiene e giustifichi di gran lunga la dizione “utero in affitto”, che tanto spiace a coloro che vi ricorrono.
Le condizioni di prevaricazione spesso atroce cui sono sottoposte queste donne in alcune parti del mondo, ovvero nei paesi più poveri, rischiano di distrarre però dal punto centrale, dal riconoscere ciò che si vuol frantumare e dal comprendere da cosa abbia origine il delirio maschile di voler “espropriare” la donna da sé a tutti i costi riducendola al “forno” aristotelico, sottolinea Luisa Muraro. La relazione materna è un bene e come tale va custodita, ricorda (link).
Necessita rilevare però qualcos’altro. A ricorrere alle GPA molto più degli uomini single, etero o omosessuali, sono le COPPIE coniugate, ovvero il duo uomo-donna, in cui la donna accetta di utilizzare l’altra donna, perché non coglie il senso di ciò che in realtà sta facendo: spezzettare l’io di quell’altra inducendole una dissociazione mente-corpo.
Il corpo è mio ma l’utero non lo è, questo organo che credevo mio è invece a disposizione di chi mi paga, serve a confezionare un essere che non mi conoscerà nemmeno o con cui avrò rapporti puramente formali, quasi sempre a distanza, io non sono una persona ma un mezzo, uno strumento per la realizzazione di desideri altrui. Io sono cosa.
Perché una donna fa questo a un’altra donna? Perché rende se stessa una donna-padre, ovvero una semplice donatrice di gamete, pretendendo però di essere madre tanto da nascondere quasi sempre alla figlia o al figlio in quale modo è stato generato?
A questa domanda io rispondo con qualche altra domanda. Come mai solo abbastanza di recente nel mondo le donne hanno cominciato a notare che la patronimia era una strategia d’occultamento simbolico della generatività femminile? Come mai in molti Paesi le donne continuano a collegarsi ai loro figli (e i figli alle loro madri) solo attraverso il cognome del marito, tanto da continuare a prenderlo in quei paesi dove la legislazione prevede che si possa anche a fare il contrario (che cioè il cognome di famiglia sia quello femminile e non quello maschile)? Come mai in Italia si è voluto approvare alla Camera un DDL sul cognome che volutamente ignorasse il concetto di prossimità neonatale, da me espresso in più petizioni (link ved. art. 4) e altri scritti e presente anche nella sostanza, benché non nella sua formulazione concettuale, in altre proposte legislative obbligate a cedere il passo a un DDL livellatore concordato?
Detto in altre parole: bisognava proprio che si arrivasse all’UteroInAffitto o GPA, affinché le donne toccassero con mano cosa si nascondeva in quella pratica di volontario occultamento simbolico della generatività femminile e dunque del valore intrinseco e inalienabile della maternità?
Torniamo adesso alla deflagrazione attuale. Cominciamo col dire alla Chiesa che ha la sua buona parte di responsabilità in tutto questo. A furia di predicare in tutti i modi che la famiglia naturale (“voluta da Dio”) è quella dell’uomo con la donna e non casomai l’inverso e cioè della donna con l’uomo ha fornito una doppia copertura, ha steso un doppio velo sulla realtà.
Come ho scritto altrove (link), “in natura e nelle formazioni sociali più antiche, la famiglia è solamente l’aggregazione delle donna coi suoi figli e dei figli con la madre. In natura e nelle formazioni sociali più antiche i figli sono frutto di unioni casuali o comunque mutevoli e ciò non altera gli equilibri familiari, proprio perché la famiglia è data da chi genera e porta alla luce e da chi è generato ed è portato alla luce. Conseguentemente Donna + Figli e STOP.
Dunque la Chiesa cominci col riconoscere che la famiglia naturale è innanzitutto questa: DONNA COI SUOI FIGLI <--> FIGLI CON LA LORO MADRE. Se poi vogliamo estendere il concetto di natura a quello di continuità o trasmissione genetica, allora possiamo considerare “naturale” anche la famiglia della Donna + Uomo + Figli, ma solo se e finché questa famiglia non si complichi a causa di divorzi e nuove unioni, dato che per mantenere intatto il concetto dovremmo creare un harem all’inverso, ovvero Madre + Padri + Figli. Un po’ scomodo per le donne, a ben vedere. E nemmeno gradito alla Chiesa che non a caso ha preteso l’indissolubilità del matrimonio, allo scopo di tener ferma la sua inversione del dato di natura, sostituendo alla Madre il Padre e dando luogo a tutte le ripercussioni a catena di questa  infelicissima impostura.
Lasciamo però da parte il Vaticano e torniamo all’aspetto civile del problema.
Che fare, dinanzi al dilagare dell’UteroInAffitto o GPA nel mondo? Che fare dinanzi al fatto che nel nostro stesso Stato che non l’ammette può avere luogo ugualmente tramite accordo tra una gestante per altri e un committente, che riconosca come suo un bambino nato da donna che non vuole essere nominata?
Ho cercato di esaminare il “che fare?” in due articoli precedenti (link) (link), che individuano non la soluzione migliore in assoluto (che sarebbe riuscire ad abolirla dovunque) e nemmeno una soluzione non suscettibile di ragionate modifiche ma solamente una bozza, una traccia su cui lavorare.
Sostanzialmente la proposta prevede un accordo mondiale di “doppio binario”: ovvero l’individuazione di una legge sulla GPA molto restrittiva, che tuteli le garanzie della relazione donna < --> bambino/a da essa statuite e che preveda per ogni singolo Stato la libertà di vietare la pratica, se considerata non rispondente all’impianto giuridico di esso.
La legge restrittiva da approvare dovrebbe includere i seguenti presupposti di base:
- possibilità di accesso alla GPA, previa autorizzazione del giudice, solo in caso di donna donatrice appartenente alla propria cerchia familiare o amicale (preesistenza della relazione amicale da dimostrare), allo scopo di consentire nel modo più naturale possibile il prosieguo della relazione DonnaPartoriente-Bambino/a, iniziata con la gestazione;
- divieto di anonimato per la partoriente di una GPA, trattandosi di coinvolgimento volontario nella messa al mondo di un essere umano verso il quale dunque la donna detiene una responsabilità personale specifica;
- totale assenza di retribuzione economica per la pratica, fatte salve le spese sanitarie di cui dovrebbero farsi carico in ogni caso solo i genitori committenti;
- possibilità per la partoriente di non dare ai committenti il bambino ma di tenerlo come figlio proprio, pur con la salvaguardia nei loro confronti di quegli stessi diritti/doveri che lei avrebbe, qualora invece lo “consegnasse” come da accordo;
- istituzione di una "responsabilità genitoriale" della “madre solidale” (denominazione più idonea rispetto a quella di “gestante per altri”) da dettagliare nei suoi contenuti;
- diritto/obbligo per la madre solidale di provvedere personalmente e direttamente alle necessità di vita del figlio/a partorita, salvo diversa disposizione del giudice dei minori, in caso di premorienza o di malattia grave dei genitori committenti;
- controllo esterno sull’effettiva esistenza del rapporto tra la madre solidale e il bambino/a (e dunque sulla frequentazione) affidata ai servizi sociali. 
Ovviamente occorrerebbe includere altre norme. Per esempio, bisognerebbe stabilire se l’accesso alla GPA debba essere ammesso solo per una coppia committente o anche per una/un singolo individuo.
Non si può affermare infatti che la maternità solidale va riservata alle donne e non agli uomini senza incorrere in un errore di logica. Una donna che ricorre a una gestante altra da sé si trova nell’identica posizione di un padre. Questi fornisce il futuro figlio del materiale genetico necessario al pari della donna - anche se la questione del DNA mitocondriale, essenziale per lo sviluppo e trasmesso solo per via femminile, svela una qualche differenza di apporto - e sino al momento della nascita del figlio NON È in relazione con lui. La donna che accetta di avere un figlio tramite la cooperazione di un’altra donna partoriente si trova nella stessa condizione. Entrambi non sono padre o madre né quando il futuro figlio è un embrione, né quando è un feto maturo. Lo DIVENTANO dopo la nascita tramite una relazione ancora da stabilire. E allora, o si limita l’utilizzo della pratica alla coppia genitoriale (e qui sorgono altri problemi: sposata, non sposata, eterosessuale, omosessuale, boh!) o la si allarga anche agli aspiranti genitori single e senza distinzioni di sesso.
Non è qualcosa su cui si possano dare risposte precipitose. Occorre esaminare bene la questione prima di poter eventualmente dire che sì, in qualche modo la GPA si può fare.  E non è detto che quel sì dia poi risultati positivi. I rapporti familiari e sociali spesso si deteriorano nel tempo. Una sorella può partorire per un’altra sorella e poi le due possono divenire nemiche in occasione di fattori esterni, quali ad esempio un’eredità familiare o un’attenzione non innocente del padre verso la cognata-madre. È possibile che una permissività limitata, regolata per legge, debba venir revocata con nuova legge, in quanto rivelatasi sperimentalmente un insuccesso.
Da notare però che istituire il divieto di anonimato in questo tipo di parti porterebbe allo scoperto i casi attualmente nascosti. Non mi sembra pensabile che una donna, sottoposta a bombardamenti ormonali continui, possa fare a meno di controlli specifici al momento del parto. Suppongo che le sue condizioni artificiose siano rilevabili dai medici nelle strutture ostetriche, pubbliche e private. Suppongo, non lo so per certo. Ma se la supposizione fosse esatta, allora con un’idonea legge restrittiva otterremmo non un incremento ma forse un’inversione di tendenza, dato che le GPA attuate nascostamente anche in Italia non vengono statisticamente rilevate.
Pensare che sia possibile vietare totalmente la pratica a livello mondiale a me sembra una speranza illusoria. Però non è poi così certo. Anche abolire la schiavitù poteva sembrare un sogno irrealizzabile all’epoca, eppure è accaduto almeno formalmente, benché in alcune parti del mondo si stia assistendo a una riedizione imprevista (Daesh e le donne) e benché anche nel nostro mondo civilizzato non manchino le schiave del sesso rese tali mediante le tratte.  Guarda caso, sono le donne che ci vanno di mezzo. C‘è sempre la perversione patriarcale che avvelena la vita dei Paesi, sotto vecchissime forme collaudate o tecnologiche e assolutamente “moderne”.

27.01.2016
© Iole Natoli
(linkideatrice del primo progetto italiano di doppio cognome per i figli (1979)
e fautrice dell’abolizione del 143-bis c.c. (cognome coniugale per la donna)

Nota: leggere l'aggiornamento inserito nel primo commento

1 commento:

  1. Un altro punto chiave è l'esclusione delle cliniche ad hoc, con cataloghi vari. La domanda parte dalle persone, viene sottoposta al giudice esattamente come accade per l'adozione, il giudice verifica l'esistenza dei requisiti di legge e se tutto è in regola autorizza una struttura pubblica a effettuare l'impianto dell'embrione e a seguire la gestante sino al parto e al puerperio. Via le cliniche specializzate e i loro affari.

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