martedì 28 marzo 2017

I FALSI ALIBI DELLA GRAVIDANZA PER ALTRI



Sono soltanto sviste in/volontarie o anche sintomi di valori alla deriva?
di Iole Natoli  
by Freepick
Gpa? Autodeterminazione! La donna! Il diritto! Gratis, quasi gratis, rimborso spese, è pur sempre un impegno notevole, no? Se lo hai già fatto, il “prezzo-rimborso” sale, in proporzione al grado di “recidiva”…
Appena si prova a toccare l’argomento è un impazzare di “giustificazioni” affannate a sostegno del business neoliberista. Le trovi ovunque: vengono scritte disinvoltamente sui social o dichiarate in arringhe interminabili da avvocati presenti a qualche Convegno, come quello promosso il 16 marzo di quest’anno da RUA a Milano. Gli argomenti sono sempre gli stessi, come cliché per fotocopiatrici. Esaminiamoli per verificare quanto siano impropri gli alibi capziosi utilizzati.

«La donna ha diritto all'autodeterminazione», mi ha scritto una voce qualificata su un social. E chi lo nega? «Quindi ha il diritto di decidere lei se prestarsi a una Gpa oppure no». Ahi, ahi, ahi, il nesso fa acqua da tutte le parti. L’AUTOdeterminazione, che si stia parlando di una donna o di un uomo, riguarda SOLO la persona in sé, NON la vita degli altri. E totalmente altro da sé si pretende che sia il bambino nato da una “Gestazione per altri”, tanto altro da sé che lo si può abbandonare nelle braccia del contraente, altrimenti detto committente, ovvero “genitore intenzionale”, detentore o detentrice di un’intenzione che ha bisogno di un corpo che non è il proprio, laddove la gravidanza naturale condotta a termine non ha mai scisso intenzione e persona.

Che si tratti di una scelta economica dettata o meno da uno stato di bisogno, oppure di una decisione definita “altruistica” (che non disdegna però il rimborso spese), o ancora di una mania di grandezza (vedi un po’ cosa sono capace di fare!), o ancora di una sottile vendetta verso il partner (ecco, questo è un evento sessuale - innegabile che sia legato al sesso femminile - dal quale tu finalmente sei ASSENTE!), in ogni caso la candidata gestante si sta offrendo per SCAVALCARE a priori il diritto di un altro, che non è la o il committente single e nemmeno la coppia etero oppure omosessuale: la persona che sta scavalcando e opprimendo, gestendo arbitrariamente il suo diritto è il futuro bambino, che non aveva certo chiesto di nascere e di fare il suo ingresso in un mondo che d’immediato aliena il neonato da sé, dal quel sé determinato da un’esperienza di vita prenatale legata a una persona che scompare.

«Qui si mette in discussione il diritto a prestare l'utero per la creazione di una vita umana; dunque la vita umana futura è superiore al libero utilizzo del proprio utero», prosegue l’interlocutrice non immaginaria pro Gpa.
Vien fatto di pensare che non appena una bambina apprende della struttura del suo corpo, stia lì a riflettere giorno dopo giorno: »Ah, dunque io ho un utero e un maschio invece no. Potrò fare bambini miei e... in che altro modo potrò impiegarlo utilmente?». Sembrerebbe che l’utilizzo dell’organo debba essere il pensiero dominante di una donna, quasi la sua ragion d’essere, il filo da cui dipende la sua “libertà”. 

«La questione del diritto all'autodeterminazione sul proprio corpo permane ed è generale. Si potrebbe altrimenti sostenere che la donna non abbia diritto a partorire un bambino che poi intenda abbandonare in ospedale: solo che questo ovviamente non è possibile». No, infatti. C’è una legge che permette di farlo. A chi, però?
La ragione per cui è previsto che la madre possa abbandonare in ospedale un figlio, che poi verrà dato in adozione, esiste IN QUANTO lei è rimasta gravida di un figlio INTERAMENTE suo (interamente per quanto riguarda la componente biologica che le compete) che non voleva. Quella donna non vuole essere eterodeterminata, divenendo contro il proprio desiderio madre, da un altro da sé che è quel futuro bambino. Non intendendo abortire (cosa che sarebbe a mio avviso preferibile ma forse non a suo) o non potendo più farlo entro i tempi, vuole che venga dato in adozione. Adozione che peraltro NON viene determinata da lei con un contratto e nemmeno per indicazione verbale. Adozione che passa attraverso le leggi e sulla quale dunque lei non ha - perché NON può avere - alcun diritto.

A quanto pare la confutazione non basta.
«No, scusa»
, riprende ancora la neoliberista di turno. «L'obiezione è filosofica- etica cioè - e non legale. La questione rimane: una donna ha diritto a disporre del suo corpo? La tua risposta è: no, se ciò significa far nascere un essere umano che... che cosa? Che non è costituito da materiale genetico della gestante? Che viene fatto nascere per contratto e affidato poi a terzi?».
Mi sembra proprio che non si voglia capire. L'obiezione etica è che il mio diritto di disporre del mio corpo - della donna e anche dell'uomo - trova un limite nel diritto altrui di non essere distortamente determinato da me, ovvero eterodeterminato dalla prepotenza di un’estranea. Se io uso il mio piede per dare un calcio a qualcuno, sto indubbiamente disponendo del mio corpo ma per fini eticamente - e anche legalmente - non legittimi. Un bambino ha diritto di nascere da sua madre e non da una sezione di persona che poi scompare.

Si è esaurito il ventaglio degli alibi? NO, ne resta uno, che come i precedenti viene invocato continuamente a sproposito.
«Quindi l’aborto sì e la Gpa no?»
, è l’ultima spiaggia delle e dei favorevoli.
Esatto, l’aborto sì e la Gpa no. La vita umana che finirà col determinare la donna cosiddetta “portatrice” è già una vita, tant'è che alla nascita il nuovo essere diviene immediatamente titolare di diritti propri. Il diritto di aborto, invece, riguarda il corpo e il destino di una donna che per mancato aborto sarebbe costretta a divenire madre ricevendo un’impostazione di vita che è contraria al suo desiderio e soprattutto riguarda un embrione o feto, che non a caso entro i primi 90 giorni di sviluppo - non parliamo di vita perché una vita autonoma non ce l'ha - non è titolare di nulla. Un embrione è soltanto un progetto biologico di vita umana e, diversamente dal bimbo partorito, non è ancora una vita. Un embrione che determini la vita di una donna contro la volontà della stessa sta eterodeterminando - sia pure senza consapevolezza possibile e conseguentemente senza colpa futura - quella donna; una donna, che consentendo all’impianto di un embrione non suo determinerà la vita di un bambino che intende cedere ad altri, sta eterodeterminando intenzionalmente quel bambino e per fini a lei estranei.
L’autodeterminazione è un’ALTRA COSA e non passa per la prevaricazione volontaria nei confronti di soggetti inermi, privati del più originario dei diritti.

28.03.2017


© Iole Natoli  

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venerdì 17 marzo 2017

Contro il delirio della GPA che rende proprietà contrattabile i bambini


La GPA snatura di prepotenza la vita arrogandosi diritti che non ha
di Iole Natoli  
In Italia, una proposta di legge formulata dall’Associazione Luca Coscioni pretenderebbe di introdurre da noi una GPA regolamentata e per di più con contratto che vincoli la madre a cedere il bambino ai committenti dopo il parto.
Al di là di quel che c’è da obiettare a una simile manipolazione della vita umana, c’è da chiedersi quale valore potrebbe mai avere in Italia un contratto stipulato in concomitanza con la procedura d’impianto in utero, quando cioè non esiste ancora un soggetto giuridico in nome del quale il donatore e/o la donatrice di materiale biologico o un suo partner, definiti genitori intenzionali, possano esercitare un qualche diritto.   
Vorrei però che si riflettesse sull’ipotesi di norma che qui prospetto, per tagliare di netto la questione e per arginare i casi di ricorso a una GPA all’estero, con successivo trasferimento dell’innocente creatura in Italia e con le difficoltà che ne conseguono, evidenziate dalla controversa sentenza della Corte d’Appello di Trento.
La norma che a mio avviso va introdotta dovrebbe definire come reato penale, punibile con reclusione non inferiore a tre anni, l'indurre una persona a sottoporsi a terapie farmacologiche e a interventi medici mirati all'utilizzo del suo corpo per un fine a lei estraneo, come nel caso di una GPA, e che non rientri nell'ordine di una donazione di organi fatta allo scopo di salvare una vita umana. Come da artt. 9 e 10 del codice penale, il reato sarebbe perseguibile in Italia anche se commesso dal cittadino in territorio estero e nei confronti di una o di uno straniero.
È evidente che una norma siffatta colpirebbe tutti i soggetti coinvolti nella GPA ad eccezione della “prestatrice d’opera”, che per questa via verrebbe esonerata dal dilemma esistenziale consistente nello stabilire se la sua autodeterminazione di persona possa avere a che fare col prestare il suo utero ad estranei determinando così la nascita di una vita umana, DIRITTO CHE NON LE COMPETE. È altrettanto evidente che i cosiddetti genitori intenzionali dovrebbero valutare, PRIMA di accedere a una GPA in Italia o all’estero, quanto sia loro gradita la prospettiva di trascorrere un minimo di tre anni in stato di detenzione, portandosi eventualmente in carcere il bambino.

17.03.2017


© Iole Natoli  
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venerdì 10 marzo 2017

Corte d'Appello di Trento / La scomparsa delle madri



L'insostenibile immoralità di un INGANNO
di Iole Natoli  

kjpargeter / freepik
A proposito della recente sentenza d'appello, che riconoscendo come legittima la paternità di entrambi i membri di una coppia gay nei confronti di una bimba nata da GPA convalida la cancellazione delle madri, sentenza contro la quale ricorrerà Giuseppe Fontana, sostituto procuratore di Trento (link), esprimo il mio apprezzamento del ricorso.
Io ipotizzo che non possa essere un bene per i bambini venire al mondo in uno stato di totale manipolazione della condizione naturale, che postula la continuità esperienziale madre-bambino, ovvero la continuità del rapporto del bambino con colei che lo genera. Per la violenza che su di loro viene esercitata io li chiamo "bambini divelti". Pur essendone profondamente convinta, in un mondo che pretende di spacciare la potenza tecnologica per verità scientifica, mi limito a considerare questo mio pensiero solamente una probabilissima ipotesi.
Posso però definire con sicurezza la GPA come l'inesistente diritto di qualcuno o di qualcuna di usare l’intimità fisica e psichica di una donna, togliendole al tempo stesso ogni diritto.

10.03.2017


© Iole Natoli  
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